Procrastinazione e blocco: quando rimandare non è pigrizia
Molte persone chiedono aiuto perché si sentono bloccate. Rimandano decisioni, evitano compiti importanti, faticano a iniziare anche ciò che sanno essere utile. Spesso questo comportamento viene vissuto con vergogna: “so cosa dovrei fare, ma non riesco”.
Dal punto di vista clinico, la procrastinazione non è semplicemente mancanza di motivazione. In molti casi è una risposta di protezione. Quando un’attività è collegata, anche in modo implicito, a paura di fallire, giudizio, esposizione o perdita di controllo, il sistema nervoso può attivare una risposta di evitamento.
Il blocco non nasce dal nulla. Spesso si sviluppa in storie personali in cui sbagliare aveva conseguenze importanti, in cui l’errore non era tollerato o in cui fare “abbastanza” non era mai sufficiente. In questi contesti, rimandare diventa un modo per non attivare un allarme interno troppo intenso.
L’EMDR, in questi casi, non lavora sul comportamento in sé né cerca di spingere all’azione. Il lavoro è orientato a individuare e rielaborare le esperienze che hanno reso l’iniziativa qualcosa di pericoloso o carico di tensione. Attraverso un percorso graduale, è possibile ridurre la risposta di minaccia associata al “fare”.
Nel tempo, molte persone riferiscono una maggiore libertà: iniziare richiede meno sforzo, il blocco perde rigidità, l’azione diventa più accessibile. Non per forza più facile, ma meno minacciosa.
Se ti riconosci in un rimandare che ti fa stare male, può essere utile smettere di interpretarlo come un difetto. A volte è il segnale di un sistema che ha imparato a proteggersi così.
